Kabul, l’America e i sogni infranti

Kabul, l’America e i sogni infranti

America first o America last?

L’ossessione trumpiana di appagare il sentiment popolare “pensiamo prima a noi, basta morti in guerre lontane e politicamente incomprensibili”, si è rivelata un boomerag per la giovane Presidenza di un uomo tutt’atro che giovane, Joe Biden.

Gli Stati Uniti sono nel gradino più basso del loro prestigio e della loro credibilità internazionale. Gli esportatori della democrazia sembrano impotenti di fronte alla tragedia umanitaria che si sta consumando all’aeroporto di Kabul.

La civiltà dell’immagine e della comunicazione, nata nella Silicon Valley, amplifica nella sensibilità dell’opinione pubblica globale un fallimento clamoroso: in meno di venti giorni i Talebani si sono ripresi il paese, il terrorismo di matrice islamica è tornato potente e feroce, come ai tempi di Bin Laden, anche se oggi la minaccia più grave viene dalla sigla Isis K più che da Al Qaeda.

Nel suo discorso alla nazione dopo il sanguinario attentato kamikaze all’aeroporto della capitale afghana, il presidente si è rifugiato nella scorciatoia della commozione e nella liturgia dell’eroismo.

I caduti americani, anche gli ultimi tredici marines, sono nella walk of fame metafisica di chi ha dedicato la propria vita alla nazione e al mondo.

Sul piano politico però il discorso è stato deludente: ci vendicheremo, vi colpiremo e la risposta è arrivata con l’eliminazione chirurgica di una delle menti dell’attentato. C’è stata anche la paradossale legittimazione di fatto se non de iure dell’Emirato islamico, anch’esso nemico dell’Isis e dunque momentaneamente alleato degli americani, pur tra mille diffidenze.

Intanto però i Talebani lo snobbano e chiedono all’astro nascente sullo scacchiere del mondo, il turco Erdogan, di gestire dopo l’ultimatum l’aeroporto di Kabul.

Siccome la situazione è molto complicata e l’escalation rischia di essere sempre più drammatica, tra attentati, sharia, profughi, disperati che non riescono a uscire, Biden rischia grosso. Le colpe certo non sono solo sue, le trattative di Doha di Trump sono state superficiali e insieme oscure, ma è tutto un trentennio di politica estera americana che va in soffitta.

Si comincia con Bush padre e con le bombe su Bagdad nel 1991, e giovane giornalista del nascente tg di Italia1 ho ancora nella memoria quelle scie colorate che sembravano un videogioco invece erano traccianti di morte. Poi, dieci anni dopo, l’11 settembre con l’attentato alle Torri gemelle, la grande ferita, la perdita della propria inviolabilità. Era successo a Pearl Harbour, ma era una guerra, non terrorismo.

E poi ancora una volta ad amplificare la storia c’è la civiltà delle immagini, quel lungo pomeriggio di orrore in diretta che ho raccontato per dieci ore, ormai anchorman maturo e definitivamente maturato nel racconto giornalistico di quello che sembrava un action movie e invece era la potenza del reale.

Su quell’onda emotiva Bush figlio si legittimò convincendo l’Occidente a seguirlo nella guerra afghana. Scopo primario punire Bin Laden, protetto dalle grotte profonde, dai Talebani e in parte dai servizi segreti pakistani. La democrazia è stata un effetto collaterale della lotta al terrore.

Dieci anni dopo, nel 2011, è Obama a dare l’ordine per il blitz che porterà all’uccisione del leader di Al Qaeda. Siamo rimasti, anche noi italiani, altri dieci anni, forse senza più uni scopo preciso, senza un exit strategy ragionevole.

Abbiamo di fatto cambiato la società afghana senza però aiutare quel popolo ad avere una classe dirigente e un esercito tali da garantire un nuovo corso storico. Ora che le illusioni sono perdute, come nel romanzo di Balzac, non rimane che mettersi al tavolo con potenti vecchi e nuovi, in primis la Cina. America not first.

Claudio Brachino

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