Politica, linguaggio: lockdown, confinamento. Virus, politica e dittatura sanitaria

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Il governo è cambiato, il premier pure, e pure molti ministri, ma alla Salute non si voleva togliere Speranza.

E tutto d’un colpo, con un’ordinanza della tarda sera, sembra che non sia cambiata nemmeno la narrazione del Discorso pubblico, il linguaggio della pseudo dittatura sanitaria che vorremmo lasciarci alle spalle insieme al Covid.

Lo spin doctor dell’ex premier Conte ha preso la scena con il suo libro, ma direi che Casalino si è preso soprattutto la rivincita sugli snob del Grande Fratello da cui viene. Del resto il Gf ha ispirato molti dei simboli della comunicazione pandemica. Come vengono chiamati i concorrenti? Reclusi. Come siamo noi da un anno? In lockdown, totale, parziale, a colori pastello variabili e asciugabili.

Un’intera popolazione agli arresti domiciliari per fronteggiare un nemico pericoloso, ma ancora al sesto posto nel mondo come numero di vittime, dopo la fame, il cancro, il fumo, l’alcol e l’Aids.

Sempre in queste ore uno dei più attivi profeti dell’Apocalisse, Ricciardi, ha detto che per combattere le varianti del Covid ci vorrà un nuovo duro lockdown. Ma come, eravamo così entusiasti del giuramento di SuperMario che già ripiombiamo nell’incubo?

Non devo certo dare consigli al nuovo capo del Governo, ma la prima parola che va tolta per segnare un cambio di passo è proprio “confinamento”. A parte che non c’è più nessuna rilevanza scientifica degli effetti della reclusione di massa, ma oggi dobbiamo puntare sulla parola “vaccino” come antidoto biologico e come veicolo simbolico della salute collettiva.

Invece se ne fanno ancora pochi, non ci sono, e nessuno paga per questo. A un anno di distanza dalla pandemia bisogna riaprire il più possibile, e non chiudere. Secondo le regole, certo, ma con una visione positiva che curi oltre le tasche smagrite, i cervelli spaventati.

Secondo simbolo linguistico da abolire, il Dpcm, la decisione solitaria del capo pseudo-eroe e per contiguità del singolo ministro. La democrazia ha bisogno di chi si prende le responsabilità, ma anche del dialogo, parlamentare e all’interno del governo.E poi basta con il termine bellico coprifuoco.

Quei bar affollati, forse troppo, fino alle 18 e poi niente, il deserto. L’unico che si aggira è lui, il virus, che si vede che a pranzo tirava un sonnellino.

Intere categorie professionali, ma anche il principio della libertà sancito dalla Costituzione, chiedono il ritorno alla libera circolazione, ristorazione compresa (quella vera) almeno fino a mezzanotte. Poi come Cenerentole del nostro tempo ci abbufferemo di serie notturne.

CB