Governo Draghi, interpretazione liquida

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La liquidità che sembra ormai dominare i partiti e i leader pare che per osmosi detti legge anche nell’interpretazione della politica italiana.

Conte in una settimana è passato dall’essere insostituibile a un banchetto senza orpelli davanti a un non inquadrato palazzo del potere (Palazzo Chigi) da cui era stato già sfrattato.

Spesso l’ho criticato politicamente ma la rapidità della sua uscita di scena (per ora senza paracadute) non mi è piaciuta sul piano etico. Quasi quasi ci siamo anche con SuperMario, popolarità alle stelle con gli italiani, ma giudizi già taglienti sulla lista dei ministri. Sembra Fanfani, no Forlani, macché, una brutta riedizione del pentapartito della Prima repubblica.

Mettiamo allora un po’ di puntini sulle i.

Il governo è più politico che tecnico, critica numero uno. Chiariamo allora che non ci sono governi tecnici puri, l’esecutivo è sempre di fatto politico. Lo era Monti, chiamato da Napolitano e dall’Europa a chiudere a colpi di spread e di inchieste la lunga stagione berlusconiana, tantomeno lo è Draghi che si è mostrato abile a duettare con i partiti dando loro ciò che serve per un appoggio in Parlamento ma senza deroghe alla sua linea.

Entrano di M5s, Forza Italia e Lega i non populisti, a Renzi e Leu il minimo dovuto, e al Pd un ministero a corrente. Poi certo ci saranno viceministri e sottosegretari a curare i vari mal di pancia, ma intanto il messaggio è chiaro.

Riguardo ai tecnici, almeno di curriculum, Draghi (e Mattarella) si sono assicurati la fedeltà e la professionalità di chi dovrà gestire i soldi del Recovery, primo vero punto del programma. Innovazione tecnologica e trasformazione green cubano da sole circa 100 miliardi.

Poi i partiti dovranno sgobbare e sudare, Orlando al Lavoro e Giorgetti allo Sviluppo economico avranno belle gatte da pelare.

Critica numero due, ci sono troppe poche donne. Non credo che tra le priorità del capo dello Stato nel breve e drammatico discorso del 2 febbraio sera ci fosse l’ossessione del politicamente corretto, ma quella di salvare l’Italia.

Tra le donne ce n’è una voluta fortemente dal Quirinale, ed è la Cartabia alla Giustizia. Una figura di alto profilo per fare quella riforma che l’Europa ci chiede da anni e di cui abbiamo bisogno per de-ideologizzare dopo Tangentopoli una macchina che non funziona in primis per i cittadini.

Critica numero tre, avete sentito Salvini? Quanto ci metterà a litigare con la Lamorgese sugli immigrati? E, con il passare del tempo, quanti altri attriti verranno fuori?

Certo nelle grandi coalizioni le grandi differenze rimangono. Ma la grammatica valoriale data da Mattarella è chiara: il paese deve essere portato fuori dall’emergenza economica e da quella sanitaria. Poi, realisticamente, si tornerà al voto popolare.

A proposito di sanità, lì rimango invece fortemente preoccupato. Il governo non aveva neanche giurato che i tecnici, quelli del comitato scientifico che di fatto ci governano (male) da un anno, con la scusa delle varie “varianti” già riparlavano di lockdown e scuole chiuse.

Qui mi aspetto uno scatto di reni di Draghi e del suo esecutivo, anche perché sui vaccini siamo colpevolmente indietro. E’ come per i banchi a rotelle, soldi degli italiani buttati dalla finestra senza che nessuno paghi. Sentendo quanto costano i padiglioni primula, e vedendo il ritmo vaccinale nel Regni unito, sì che mi viene il magone, altro che bizantinismi sul pentapartito!

CB