Covid e vittime “collaterali”. Non si muore solo di Covid

Covid e vittime “collaterali”. Non si muore solo di Covid

Non si muore di solo Covid. Si muore di altre malattie, perché si perde il posto di lavoro, si muore di fragilità, di disperazione, di solitudine.

Il suicidio è un tema etico molto complesso, ma la sensazione è che questo tipo di dramma non solo non piace al mainstream dominante, ma addirittura venga rimosso. Questo nostro fac-simile di regime biosanitario riconosce nella Salute una nuova religione laica a cui tutto si può sacrificare. Precisamente alla battaglia contro un virus su cui riportiamo ondivaghe vittorie, con dati altalenanti e poco verificati.

Intanto, mentre gli apocalittici ci deprimono ulteriormente, un grande oncologo mi diceva l’altro giorno che il cancro fa in Italia 190mila vittime, in aumento visto che la prevenzione è andata a farsi benedire.

Ma torniamo al lavoro. Per capire quanto questo tema sia ancora lontano dalle élites che ci governano (se così le vogliamo chiamare) basta vedere quanti pochi soldi erano stati previsti nel Recovery Plan per le famiglie e i giovani.

Che ci importa di città riconvertite al verde se poi sui monopattini elettrici con l’ecobonus andranno solo gli spettri? Non è la nostra cara Costituzione che mette il lavoro al centro della dignità del cittadino e della persona? Quanti sono finiti sul lastrico in questi ultimi dieci mesi? Quanti hanno visto andare in fumo il lavoro di una vita? Quanti saranno per strada in primavera quando finiranno il divieto di licenziare e i fondi della cassa integrazione?

Mi fa più paura questa tempesta perfetta, considerando che i primi, pochi soldi dell’Europa arriveranno in autunno, che la terza ondata del Covid. E non sono negazionista, né riduzionista, ho perso degli amici cari per questo maledetto killer. Però la nostra mente si deve aprire e questo vale sia per la comunicazione che per la politica. Innanzitutto, come sempre, le parole e il loro valore simbolico. Recovery plan è un termine difensivo, usiamo invece lo slogan che vuole la stessa Bruxelles: next generation Europe.

Ci ho scritto un libro per dimostrare che la nostra democrazia tratta male i due estremi della vita, i più fragili per tante e diverse ragioni. La vecchiaia e la giovinezza. Del perché da noi si muore più che altrove di Covid ho già scritto. I giovani invece sono stati esclusi dalla narrazione del Discorso pubblico, niente scuola (con conseguenze drammatiche sulla loro formazione morale e cerebrale) e additati come diavoli per due spritz e due balli.

Bisogna ricordare allora che abbiamo il record europeo dei precari e dei Neet, acronimo inglese che sta per non lavora, non studia, non segue un corso di formazione. Sono circa 3 milioni, in gran parte nel nostro Meridione. Quelli che avevano già un lavoro incerto lo hanno perso del tutto. La maggioranza sono donne, perché rappresentavano l’84% degli occupati nei settori ritenuti non essenziali come turismo e ristorazione.

Ma anche in alcuni settori essenziali, come sanità e servizi sociali, le cronache riportano di donne mandate a casa, o «invitate» a rimanerci (cioè mobbizzate) perché incinte o perché non riuscivano a far fronte al doppio impegno casa, con i piccoli in lockdown diciamo così, e professione.

E i ristori per queste situazioni? E perché la cultura femminista tace o ne parla flebilmente nei talk e nei giornali che stanno tutto il giorno a menarla con il modello lombardo?

Va bene il green, va bene la digitalizzazione, vanno bene le infrastrutture, ma se non vorremo avare altri morti sulla coscienza scriviamo le cifre giuste per i più fragili nel megadebito europeo con cui stiamo ipotecando il nostro futuro.

Claudio Brachino

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